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giovedì, maggio 07, 2009
ROSA DEI VENTI.
E’ stato il vento del Nord.
Un sogno bislacco con volti perduti e un colpo alla finestra.
La veglia improvvisa nel cuore silenzioso della notte.
Rotto da quel colpo di vento.
Ho ascoltato il suo lamento poi la sua incazzatura.
Con fischi, sibili,silenzi e poi ancora mulinelli, vortici paurosi.
Ho tirato su le mie quattr’ossa e sono andato alla finestra.
E’ dura lasciare il rifugio del letto, il tepore notturno.
Un cielo stellato mi sorprende con il suo blu punteggiato di stelle.
Ritagliato dal nero delle montagne che hanno un lucore di neve.
Il sudore della notte raffredda ed un brivido mi inarca la schiena.
Ma non è solo quello.
E’ questo senso di vuoto che improvvisamente mi opprime : ho un cuore che pulsa un mente che lavora , elucubra, sonda, ma…..
Domattina mi alzerò e il teatro ricomincerà.
E tutto sarà diverso.
Ma ora, ora è pesante questa solitudine.
Questa inutilità.
Per me qua i venti hanno memoria.
Raccontano storie , riportano immagini, musiche,colori.
Il Tivano e la Breva venti da lago.
Il primo viene da sud sorge al mattino ed è” come una carezza di velluto”.
L’altro vien dal Nord nel meriggio, increspa dolcemente le onde e gonfia le vele; ai di d’estate regala refoli di frescura densa di odori.
Sono venti amici che parlano di acque, di golene tra le verzure , di cale nascoste, di antiche case con darsene coperte d’edera, di barche da pesca , di comballi.
E’ come se le memorie del grande fiume strappate alla patina del tempo, racchiuse nell’ombra di anse nascoste dai salici piangenti venissero risvegliate per farne dono a chi le sa e vuole riascoltare.
Ma con discrezione, con levità.
Quello di stanotte è pero vento che scende dai monti più lontani
Arrogante, freddo.
Vento grande del Nord.
Passa per valli oscure che spesso faticano anche d’estate a catturare un raggio di sole.
Soffia sulle alte crode bianche di neve.
Si scontra con neri massicci ove piega larici e abeti.
Solleva acque , polveri,foglie.
Sembra che di tutto voglia fare piazza pulita per lasciarti l’incubo di montagne notturne, di laghi color del ferro , di cieli inutilmente stellati.
Non porta memorie: solleva paure e voglie di tepori e di rifugi sicuri sotto coltri amiche..
Ma è anche lo stesso vento che trovi in autunno.
E’ però allora ormai come un vecchio che ha esaurito non la forza ma voglia di far male.
Quasi per scusarsi di come è stato.
Ci senti l’odore dei camini, della terre fradice, della natura rigogliosa che muore.
Annuncia sì i primi freddi ma per me anche il tempo di un vivere più intimo, più calmo dopo l’impazzamento estivo.
Quando lo sento arrivare scelgo con cura un libro giusto: è giunto il tempo del” re dei re il pensiero.”.
C’era pure un tempo che amavo il vento del Sud ma solo perché richiamava mari lontani, terre assolate dove i praho della Tigre della Malesia assaltavo le odiate navi di Lord Brooke.
Ma è stato per poco.
E’ ormai passata più di un’ora da quando mi sono alzato chiamato dal vento.
Avrei voglia di accendere la pipa: la bottiglia di grappa tra i libri sembra che mi chiami.
A volte bastano semplici cose per rimetterti in sintonia.
Ma non è certo il tempo nè l’ora.
Dalla camera lei mi chiede se sto male.
Ha quasi vergogna di questa notturna scappatella.
No, sto bene.
Pipì.
E stop.
giovedì, settembre 04, 2008
IL Rifugio

Lunghe camminate.
Le marce di avvicinamento su mulattiere e strade sterrate.
Lungo i torrenti e nei boschi e tra cembri, larici,pini, abeti.
I profumi a volte molli , a volte pungenti pian piano ti avvolgono.
Stacchi una bacca di ginepro la rompi con le unghie e avvicini le dita al naso.
E’ incredibile come un profumo squarci il velo della tua memoria.
Come un canto , una voce.
Raccoglievo allora bacche e mirtilli e lamponi per fare grappe.
La compagnia era ampia con grida di bambini ed emozioni di trincee, di dirupi costellati di schegge, di gallerie lunghe , umide , oscure. Antri che richiamavano antichi misteri, riesumavano leggende e vicende truci perse nella notte dei tempi.
La gioia di trovare un rampone, una gavetta, un rugginoso porta ritratti….una forchetta, la lama di un coltellaccio.
Ma soprattutto era la voglia di stare insieme.L’intima complicità di sfidare un temporale per riparare in un rifugio a far bisboccia.
Una fetta di polenta con funghi, un pezzo di formaggio e vino e grappa finale.
Lo stratempo di là dei vetri appannati, della capanna. un vecchia stufa che manda effluvi di sughi e stufati,un camino che sfrigola e la voglia di parlare,di raccontare, di cantare.
Che languore che ti prende.Eh già.
I figli son grandi e vanno per altri lidi. Gli amici hanno scoperto il fascino dei mari del sud.
Anch’io ho cercato i mari del sud, ma non quelli delle crociere.
I miei mari erano quelli della fantasia.
La voglia di partire.
Di riempire la vita con colori , paesaggi,genti,di scoprire, di arrivare a luoghi sconosciuti dove la leggenda e il mito supera la storia.
Tanti anni ho camminato. Tanti anni ho messo dietro le spalle.
Il tempo mio si accorcia.
Ne avverto gli acciacchi nell’inceder un po’ pesante, nel sudore che mi bagna, che mi scende sugli occhi.
Ma soprattutto nella testa.
Mentre lo scarpone tasta le rocce e le erbe rade e il bastone picchietta sui sassi spesso un qualcosa mi prende.
Una improvvisa malavoglia, un vuoto.
Cammino: ma chi me lo fa fare?
Devo arrivare lassù al rifugio.E poi? E perche?.
Lei cammina più avanti con passo regolare.
“Che fai?Non te la senti?”
“no , no vengo, faccio qualche foto”
Nel bosco attaccato ad una pianta vedo un ex voto.Che sarà stato ?
Più in là un altro albero ricorda con una foto e una scritta in tedesco su un pezzo di legno un giovane.
E poi una croce.
Il tempo è stato benigno.
Il bosco ha conservato queste memorie.
IL sentiero adesso si inerpica; il bosco resta alle spalle ed è il regno dei mughi.
Sono stanco forse anch’io ho voglia di mare.Di pigrizie, di mollezze, di un dolce far niente.
Mi sfrucuglia l’idea di non dover fare programmi per il giorno dopo.
Di alzarmi e passeggiare lungo la spiaggia,mettermi sotto un ombrellone, leggere, lustrarmi gli occhi con la fauna femminile,impizzare il toscano, bermi un aperitivo, godere i languori del tramonto marino quando la spiaggia si fa deserta, le grida più fievoli e refoli di vento odoroso accarazzano con un brivido la pelle bruciata.
Sì il mare , ma non in agosto.
Non nel carnaio osceno e becero.
C’è un passaggio attrezzato con l’immancabile culona che starnazza per la paura col marito incazzoso che le urla che non è niente che non c’è da aver paura.
E’ solo una piccola cengia e la corda di acciao è un di più, per sicurezza.
Lei si volta cercando la mia solidarietà.
Io la guato feroce: dai vada tanto anche se cade poi si ferma.
La prende sul ridere e quasi di un balzo va avanti.
Dopo qualche minuto la vista si apre su un grande avvallamento morenico.
La forcella Giralba in lontananza raggiunta da un sentiero a mezza costa su un ghiaione
La croda di Toni e dietro un torrione il rifugio Zsigmondy- Comici.
E’ un sentiero militare quello che percorro. La mente comincia a elaborare e riempie il vuoto.
La marcia è più spedita e dal rifugio l’odore del gulasch fa prudere le valvole.
Becco col binocolo un branco di camosci, se ne vedono ormai pochi di animali e ti viene il sospetto che siano pagati dalla pro loco per dare spettacolo.
Ma fa niente, qui mi ritrovo.
L’arrivo dopo la sfacchinata ti scioglie. I muscoli son caldi e una volta tanto sono loro che comandano alla testa.
Miracolo di questa strana macchina che è il nostro corpo.
Di là ci sono le Tre Cime di Lavaredo…mezz’ora ancora e ci si arriverebbe a vederle.
Ma per oggi sono a posto e trovare un angolo di tavolo nel rifugio è pura gioia.
Il sole infatti se ne è andato e subito un’aria fredda taglia la faccia.
Slaccio gli scarponi e allungo le zampe sotto la tavola.
Aspetto con impazienza il mezzo di vino e la polenta…..
mercoledì, dicembre 19, 2007
Storie di Baita
Di tanto in tanto ho di questi giorni.
Che voglio star solo e la scusa sono i lavori da fare in baita.
Il tetto da pulire, la grondaia da svuotare ,il camino con la stufa che non tira…
Polvere,tanta polvere e ragnatele e foglie secche dappertutto
Entri nella baita e c’è un odore freddo, di fumo, di legna bruciata,di mobili ammuffiti.
Lavello con bicchieri capovolti e piatti da scolare ,una bottiglia di vino mezzo vuota.
La paglietta di ferro rugginosa che macchia il lavello ,il mazzetto di aglio rinsecchito appeso. , un portacenere sporco.
Lo squallore del fumo congelato, con pareti chiazzate di muffe e finestre accecate.
Basta però accendere il fuoco: il timido tepore e la luce tremolante della fiamma rinnova il sogno e il brivido di freddo non fa più paura.
Non c’è più il gelo dell’abbandono e i colori si svegliano da un torpore polveroso.
Sono basse le nuvole e non vedi né monti né i rami del lago.
Ma la torre longobarda mantiene la guardia come emersa dal lago del tempo.
Saranno le sue merlate ad accogliere il primo raggio di un improbabile sole.
Ho percorso un sentiero foglie
Un tenero grande tappeto: è bello camminare nelle foglie col piede che affonda.
I passi sono lunghi come nella neve e si liberano odori che anche l’inverno concede.
Ci sono ricci e resti di amenti,nocciole rosicchiate, qua e là occhieggiano castagne scampate alla cerca dei milanesi.
Non sono più buone da raccogliere, sono per lo più rifugio di vermi. Buone per maiali e roditori che ormai dormono il sonno invernale.
E’ deserto il giorno feriale e accelero il passo per avere il mio fuoco.
Perché uno cerca la solitudine per poi sopportarne il peso?
Con la roncola taglio rametti di agrifoglio. Ci sono i pungitopo con le bacche rosse e delle felci sempreverdi di cui non conosco il nome. So che chi a casa mi attende ne sarà felice.
Io non riesco ad esprimere parole che sanno di miele .Un pudore innato mi frena e questo è un mio cruccio
“te sei sempre così , via con la testa…..sei anche un orso, mai una delicatezza…”.
Ma stasera parleranno per me queste foglie verdi striate di bianco e spinose e le bacche e le felci.
Avrò, prima o poi, il coraggio di farle leggere quello che scrivo?
C’è stato un tempo che bastava che uno bussasse e dicesse “Si va”?
E la vita era un'altra.
“Di sole , di vento, di foglie e di nulla”
A qualcuno ho portato una pianta di ciclamini sull’ultima dimora. Ma non hanno quel profumo, e non li ho colti nei boschi,non ho sentito la carezza del muschio dove si nascondevano, non ho visto le tracce delle volpi nè mi sono punto con i rovi.
Guardo dalla finestrella : le piante son fradice.
Le betulle con quel tronco bianco eleganti come antiche dame, gli ulivi, seri , con un legno da favola, odoroso, leggermente unto, forte e di un’eleganza unica. E le querce le grandi querce .:che forza e che tranquillità danno un senso di pace, di sicurezza.
Mi piacerebbe avere qui abeti e larici sì quei larici che crescono in altura e che d’autunno sfavillando e arrugginiscono di colore i pendii e le alte crode contro il cupo azzurro del cielo.
E i castagni orgogliosi dei loro frutti spinosi dalle nascoste dolcezze.
Ci sarebbe della legna da tagliare: carpini , robinie ma non ho portato la motosega.
A tagliare le piante me l’aveva insegnato il Pietro, detto il Moro.
Una brutta malattia gli aveva rovinato la faccia,un tumore alla mascella.
Sembrava un ferito della Grande guerra, un colpo di scheggia.
Una foto vista su un libro di anatomia patologica.
Gli era rimasta un fessura a mo’ di bocca e più che parlare biascicava , con un fazzoletto colorato appoggiato alla bocca per via della bava.
All’inizio faceva un po’ schifo ma poi ci ho fatto l’abitudine.
Una cuffia di lana grigia sulla testa, un golfaccio scuro impadellato, spruzzato di segatura e ,sotto, una camicia senza colletto, la barba rada, zappellata,baffi gialli di nicotina
Si sfumazzava almeno cento sigarette al giorno,Alfa o nazionali senza filtro. Artigliava la sigaretta con l’unghia dell’indice e quella del pollice , la mano ripiegata per proteggerla dal vento.
Tirava fino alle viscere la boccata di fumo
Scaracchiava anche e di brutto, ma aveva due occhi buoni, sorridenti., a volte ironici, il Moro
Scuoteva la testa ridendo a suo modo .Cioè forse ridevano solo gli occhi – perché per il resto era un ghigno-quando vedeva arrabattarmi a fare mestieri …da contadino o da muratore..
“Lè minga el so mestee” diceva e giù una gracchiata catarrosa.
E’ stato lui che mi ha ristrutturato il casello.
Il cesso, la perlinatura del soffitto , le piastrelle sul lavello il serbatoio della acqua. piovana
Mia moglie le è preso un colpo quando le ha visto:piastrelle : bianche con verdura e frutta stampate sopra.
Lui ci guardava felice contento di aver fatto un bel lavoro.
Era un’ombra il Moro. Magrissimo , di media statura ma aveva una forza della madonna nelle braccia .
D’altra parte oltre al paisan aveva sempre fatto il muratore.
Un’ombra il Moro. Me lo trovavo davanti all’improvviso mentre segavo o usavo la scure per tagliare i ciocchi di legno.
“Se fa minga inscè…..l’è matt?”
E mi aveva spiegato che prima di tagliare una pianta bisogna incidere un cuneo nel trono per farla cadere nella direzione voluta e l’impugnatura della motosega mica andava bene. C’era il rischio che se scappava ti tagliavi una zampa.
Ho sempre nel naso l’odore fresco del tronco tagliato. Pungente quello del pino, dolciastro quello di quercia aspro e acquoso quello del salice.
Un giorno il Moro mi aveva invitato a casa sua per un goccio.
In paese, subito dopo il sentiero della mia baita , vicino alla Chiesa.
Chissà che casa uno così
Macchè, chi se lo poteva immaginare!
Una casetta di due piani con un giardinetto vista lago,di una pulizia quasi maniacale.
Mobili vecchi odorosi di trementina sofà senza una sbavatura, rastrelliere di piatti senza un filo di polvere. Un vago odore di fiori di campo e di lavanda. Tronchi di ulivo, di castagno. dalle forme più strane che avrebbero fatto la felicità di appartamenti ben più importanti., collocati lungo le pareti o appesi come oggetti d’arte.
Un gran camino con ceppi anneriti e pronti per essere riaccesi. Nero di antiche braci e di orgogliose fiammate.
IL calendario di Frate Sole sulla parte e il libretto azzurro del Pescatore di Chiaravalle, con l’elenco delle,feste , delle saghe, delle fasi lunari appoggiato sul trave del camino , assieme alla “lom”(il lume) .La foto dei suoi con lui bambino e una sorella portata via dalla spagnola, un fratello disperso sul Don.
“ A me l’è andada ben…”
Una porta finestra dà sul giardinetto.: un terrapieno con un prato quasi all’inglese e gerani, decine di vasi di gerani lungo il perimetro.
Splendidi!
Neppure su in alto Adige ne ho visti così. E una vista magnifica : sul lago e le montagne.
Il segreto dei gerani: tanta cura e tanta cacca…di cavallo seccata e sminuzzata. Lui ne ha due di cavalli,scorrazzanti, criniere al vento su, in un alto recinto con piante di noci , ulivi e ciliegie.
E un gran pollaio e una conigliera.
Sotto una tettoia di legno e coppi di fianco alla casa , la legnaia.
Un labirinto con pareti di ceppi disposti ad arte secondo le dimensioni, i tagli, il tipo di pianta: castagno, rovere , robinia….
Perché ogni legno ha un suo modo di bruciare, un suo profumo….un suo modo di gemere quando il fuoco lo attanaglia o quando la sega lo incide e la scure lo squadra.
Lo diceva il Moro.
Ci sono i giorni del castagno e quello dell’abete.
Dell’ulivo no quello è un legno quasi sacro: non si brucia.
Lo si taglia , se è necessario,ma poi lo si lavora.
Lui spiava ogni tua reazione quasi ne volesse trarre un giudizio un commento.
Avresti pensato ad un Moro dalla vita aperta, fatta di lavoro di bevute di partite a scopone.
Lui i cavalli , pure un cagnaccio di incroci misteriosi, i conigli, le galline…….
Un personaggio naif, da invidiare.
Invece no povero Moro: lui era un solitario, nell’osteria stava discosto al tavolo dove tra un calice l’altra si festeggiava una scopa o una primiera.
Guardava e stava zitto: manco rispondeva quando qualcuno voleva tirarlo sotto, prenderlo per i fondelli
Il Moro per molti non aveva tutti i venerdì, mica cattivo ma un po’ strambo.
Legava con pochi, ma aveva sempre il suo piatto caldo e la fetta di polenta lì all’osteria gestita da una nipote e basta.
Chissà anche perché quel soprannome: oltre alla pelle bruciata dal sole forse aveva un altro significato.
La gente di paese è fatta a suo modo e può darsi che Moro stava per diverso.
Neanche a messa andava e questo faceva incazzare il Don : prima o poi se ne sarebbe pentito!
Oh come fa uno così senza famiglia non frequentare i sacramenti e adagiarsi nel grembo di santa madre chiesa?.
Il Don però quando c’era da riparare il tetto della canonica, o addobbare la chiesa per la Pasqua e il Natale era il Moro che chiamava.
Così pure quando c’era da fare il presepio.
S’era preso anche il secondo premio per il presepio più bello della vallata.
In una specie di scantinato c’era una specie di botte con le doghe più spaziate e sul bordo era agganciata ad una perno una specie di leva che premeva su un asse tondo.
La “botte” appoggiava su una specie di mastello pure di legno.
Era il torchio per l’olio : se l’era costruito utilizzando appunto le doghe di una botte.
Tritava le olive, le metteva in quel contenitore le copriva con il tondo di legno e con la leva premeva.
La prima spremitura, leggera , dava un liquido torbido, verdognolo
Si diceva che faceva bene, era curativa..
Anche un mio collega calabrese diceva le stesse cose: lo davano ai bambini come ricostituente.
Me ne aveva dato una bottiglietta di quelle dell’aranciata San Pellegrino : mica era un gran che e pizzicava la gola.
Mah, lui comunque ne era fiero
Una volta mi aveva però lasciato di sasso., quando mi aveva raccontato di un’altra sua passione : la caccia con gli archetti degli uccelli dal “becco gentile”
Una caccia crudele e ovviamente proibita.
Gli archetti: una esca su una spina, un rametto flessibile arcuato e bloccato da una altro ramo biforcuto….e quando l’uccello beccava , tac, scattava l’arco e gli spezzava le zampette.
Restavano lì vivi senza potere più volare,a trascinarsi nell’erba in attesa di qualcuno che gli desse il colpo di grazia e li mettesse in un sacco.
Il Moro faceva incetta di questi volatili e li vendeva alla trattoria.
Polenta e osei.
Non pareva possibile: uno così, con quegli occhi dolci.
Uno che sentiva piangere il legno.
Oddio, mica era un criminale, ma la cosa per me aveva rotto gli schemi ecco.
IL fatto è che su alcune persone ci costruisci o adatti un vestito che poi mica è quello giusto.
Vuoi vedere in loro cose che e te piacciono, che solleticano la tua fantasia.
Ti fai delle idee…ma poi……
Come è fragile il pensiero.!
Ma non riuscivo ad avercela con lui, mi era comunque simpatico.
E io a lui, penso.
Con me almeno parlava. E che ne sapevo di cosa girava nella testa di uno che era senza un pezzo di mascella da una vita?
Una vita discosta, come avesse proceduto su un sentiero parallelo.Più spinoso, senza panorami di laghi e di vette…
Vengono tanti pensieri quando sei solo e guardi un fuoco che muore.
Ho messo delle patate nel forno della stufa a legna: da tempo era spenta ma va come un treno.
Quando le patate sono quasi cotte le ho messe nella brace .
Le ho tolte , tagliate, e ci ho messo dell’lio del pepe e del sale.
Le ho mangiate con la buccia croccante.
Sono buone le patate nella brace sanno di fumo ma anche di cose lontane. Come la buccia d’arancia sulla stufa per togliere gli odori che mia madre metteva ai dì di festa.
Quando i Natali erano pieni e ricchi di volti e di parole.
La baita solitaria nel ‘sabato del villaggio’ è un retaggio nel lago del tempo.
Un luogo dove hai l’illusione di arrestare per un attimo il fluire convulso di un modo di vivere che piace sempre meno.
Sarà , come spesso mi accade, che ho bisogno delle mie solitudini per riallacciare trame sfilacciate.
Spesso mi dico come sarebbe grande stare qui ,mentre fuori nevica, restare isolato per qualche giorno.
Vien da ridere pensare a queste cose e soprattutto scriverle. C’è un po’ di vergogna.
Ma ognuno ha i suoi , come dire, luoghi della mente che di tanto in tanto è bello visitare.
E sono tante le fole che mi solleticano:Ma ne parlerò un'altra volta.
Tra un po’ dovrò scendere, il tempo non s’è rasserenato: ma sono contento.Oggi in particolare avevo voglia di nuvole.
IL tempo spesso ti è amico in certe situazioni.
Come quel giorno che qui c’era vento.
Ma questa è un’altra storia.
Che andrò poi a raccontare, per gli amici e per me.
mercoledì, luglio 04, 2007
Profumi e ricordi
La cantina
Trascorri lento in una viuzza dal nome perso.
Una zaffata fredda ti coglie all’improvviso.
C’è un pertugio a livello dell’acciottolato.
Lo chiude una rete arrugginita a protezione di topi e gatti.
Antiche cantine:sentori umidi di legno vecchio e vino e muffa.
E’ un alito fresco che ti riporta agli anni perduti ai giochi a nascondino, ai primi toccamenti a rossori improvvisi.
Ma anche ai misteri dei luoghi oscuri, dove giacciono attrezzi di una vita semplice e faticosa.
Che emozioni quelle scoperte: la grande botte ancora odorosa,le damigiane grigie di polvere, le bottiglie rotte e qualcuna ancora intatta con dense ragnatele.
E soprattutto i bauli, i bauli misteriosi con borchie e coperchi tondi e lucchetti arcigni.
La taverna dell”Ammiraglio Bembow”
Da lì si partiva per i mari del sud,per l’isola del tesoro.
Lì si potevano udire i lamenti dell’abate Faria
Un pozzo serrato sul pavimento : una porta a cose sconosciute, l’accesso ad antri oscuri,
giù fino al centro della terra.
La macchina per turare le bottiglie.
Il vaso coi piombini per lavarle.
Una scopa da strega.
Sul soffitto a volta i ganci per i salami e al muro mensole di legno per il formaggio.
La zangola per il burro.
E la scoperta di una gatta nel cesto delle uve con tre mici appena partoriti che soffia, arretra le orecchie, mostra una fila di denti aguzzi e s’ingobbsce…..
La lavanda.
Visione di una Cattedrale in Provenza con giardini di lavanda.
Il grigio della pietra del gotico con le cupe arcate e il colore dei fiori perfettamente allineati.
Te la trovi davanti all’improvviso alla fine di una strada ripida che non pensi ti porti a tanto splendore.
Che nostalgia la Franza.
Ma è un lampo, un’emozione che subito trascolora..
La memoria è di anni più lontani.
C’è un mazzetto di lavanda tra la biancheria della dote di mia madre , mai usata.
Ricordi di grandi fatiche nel far scorrere i pesanti cassettoni che sapevano di olio di noce.
Il sapone sui bordi
Il sapone, acqua e sapone l’odore della nonna , i suoi catini le sue tinozze, e l’acqua pompata direttamente dal pozzo. Con quella leva su è giù e l’acqua vomitata a sprazzi dalla bocca di bronzo di una testa di drago.
Profumi pungenti per la casa e l’aia tra il puzzo delle galline e dei conigli nelle stie.
Ma la lavanda è quella che lacera il velo del tempo.
Aleggia sui mie primi anni e richiama più tristi sensazioni
Stanze spoglie con cassapanca, il lume del sacro cuore, e il letto con la nonna morta.
Il sacchetto di lavanda appeso alla testiera del letto.
Due ragazzi annegati e noi con tutta la scuola a guardarli.
Avevano preso un sandolino ed erano andati per il lago.
Ma il sandolino aveva una falla.
Segni degli arpioni da recupero sulle facce di cera.
Attorno al catafalco: fiori di lavanda.
Lavanda all’ospedale nella sala mortuaria dove mio padre ha trovato la sua pace..
Lavanda nelle camerate dell’istituto per vecchi a combattere l’odore di piscio e di minestrone.
Lavanda nella camera dell’ultimo amico che un giorno ha deciso che era ora di finirla.
Tra i libri e i dischi e un gran poster del Che.
L’Olea fragrans.
Profumo d’autunno.Dolce, caramelloso, con un che d’orientale.
Assomiglia al profumo di quei gommoni gialli che compravo al botteghino.
Altri tempi.
Profumo che riporta memorie di cose vissute ed altre non vissute ma immaginate, sperate, fantasticate nel meriggiare assolato e solitario, in una stanzetta colma di libri.
Attendendo la sera e le risate delle ragazze.
Memorie d’antan e anche di tempi che avresti voluto vivere.
Luoghi che avresti voluti vistare..
Ci sono ancora. viuzze infossate tra muri alti che nascondono ville e parchi oggi per lo più chiusi . Senti ancora però quel profumo.E pensi alla gente alle feste nel parco, ai landò, alle Balilla,ai nitriti dei cavalli, alle voci, al tintinnio di bicchieri….
A volte da ragazzo mi appoggiavo al ferro dei cancelli cercando un pertugio per guardare.
Per cogliere un segno,un qualcosa che ricordasse chi lì c’è stato.
E’ strana la memoria : ne hai una tua che si alimenta con il tuo vivere e un’altra che ti costruisci.
Una memoria che non ha tempo , né spazio, dove il tutto si è svolto e si svolge come tu vuoi .Una memoria che puoi plasmare, arrangiare.
E’ la tua valvola di sicurezza.
L’altra sera ho rivisto il Film dei Finzi Contini e mi è parso di sentirne il profumo.
Forse anche di gelsomino. Ma no era lei l’olea.
E ‘ lei ti riporta il sentore delle cose non ancora morte ma abbandonate.
C’è come un’attesa di un miracolo che rimetta in moto il tutto come in una giostra di latta caricata a molla.
Cè stata vita su quei viali invasi dalle erbacce e tra quelle mura dove edere e viti canadesi imperano e dove però la macchia violacea di un glicine ormai esausto d’anni , ti ricorda che c‘è ancora colore e nulla forse può essere perduto.
Ma il silenzio della sera che cala o della solitudine assolata ti dice anche che tutto è forse finito.
E solo la tua fantasia rimane.
Così penso in questo crepuscolo con un temporale che incombe e con piante che modulano una loro musica che forse non comprendo più.
Che stanchezza!!!.
Il fiume e il ferro.
Lago e montagne.
Ma anche ciminiere ormai in disuso.
E fabbriche, spesso abbandonate.
Qui si respirava l’odore del ferro.
Il Caldone era un torrente sempre pieno di acqua rugginosa.
Rossa più dell’aranciata s. Pellegrino.
Odorava di ferro: né le piante fradice né la fogna l’avevano vinta su quell’odore aspro e acido
Un fiato caldo vaporoso saliva nel dolce autunno del mio borgo.
Attraversava le vie , si insinuava nelle corti umide sui ciottoli luccicati di brina, sulle piazze deserte.
C’era una ringhiera di ferro battuto che a tratti lo proteggeva.
Il parapetto lucidato da miglia di mani.
Le coppiette si appoggiavano abbracciate.
I vecchi curvati sull’ acqua , i gomiti appoggiati e lo sguardo perso,aspiravano avide boccate di alfa e di nazionali senza filtro, di toscanelli amari comperati con cura, non prima di averli palpati, avvicinati all’orecchio per ascoltarne il mitico krek della giusta stagionatura.
Era lì, vicino al ponte, che stava il vecchio dei libri.
Libri usati, vecchi, di tutti i generi.
I miei primi acquisti: tre o quattro gialli di mio padre per un libro.
Ci passavo sempre la sera verso il tramonto quando finiti, si fa per dire, i compiti si usciva per tirare l’ora di cena.
Lui , il vecchio era di Milano. Tutti i giorni avanti e indrè col treno: la bancarella la copriva colla tela cerata , avvolta , stretta da una catenella con il lucchetto.
Altre volte ne ho parlato.
Lui invece parlava poco.Aveva un labbro un po’ pendulo e spesso perdeva la bauscia.
Ma sapeva tutto dei libri, e dopo un po’ di tempo mi aveva preso in buona.
Non amava i ragazzi che qualche volta gli rubavano i libri.
“Almeno mi rubassero libri seri…..”
Ma rubavano solo i gialli e mica i Mondadori, quelli americani, con dentro un po’ di porcate.
E non so se è sogno o realtà , ma una volta s’era ormai d’inverno l’ho visto sempre là appoggiato alla bancarella ; c’era una nebbia sottile che faceva un tutt’uno col vapore del fiume.
Una luce bianca, spettrale, mai vista così, quella del lampione e nessuno in giro.
Solo rumori lontani di una città che pareva morta.
Ho avuto un brivido e m’è parso che con una mano stanca mi salutasse.
Mi sono avviato verso di lui ma un qualcosa mi ha trattenuto: il richiamo di un amico,un rumore improvviso, una voglia di luce più calda…..non so ……ho solo alzato la mano e sono andato.
La sera dopo son tornato : la bancarella era ancora sigillata.Lui non c’era.
E così pure nei giorni successivi.
La vecchia che poco più in là vendeva caldarroste mi ha poi detto che era morto.
La bancarella è rimasta ancora per un po’, poi un nipote se l’è portata via.
E anche i libri se ne sono andati.
E’ strano come molti ricordi si confondano con i sogni.
Un giorno sono risalito lungo il torrente: cercavo un ponticello vicino ad una chiusa.
Sapevo di averlo sognato, ma non sapevo se il ponte e la chiusa li avessi veramente visti.
Forse quando ero più piccolo e andavo da una zia che aveva la casa sul torrente e da una finestra con una carrucola e un secchio tirava su l’acqua per il bucato e il cesso.
Alla chiusa c’erano sempre mulinelli di acqua scura, li guardavo affascinato e una volta mi aveva preso come un giramento di testa.
Mi ero piegato : ma l’urlo di una donna da una finestra mi aveva scosso.
Ero scappato come avessi fatto chissà che cosa.
Oggi ancora guardo le chiuse e ogni volta mi prende quel giramento.
Ma quel ponticello non l’ho mai trovato, né quella chiusa.
sabato, aprile 07, 2007

Mi ha ricordato il monumento di Dachau
martedì, febbraio 13, 2007
E’ probabile che in quello che racconto emergano fatti e situazioni spesso già presenti nella memorialistica,nella storia ,nelle lettere , nei diari o nella letteratura in genere che riguardi la guerra
Il ragazzo che fui ascoltava il racconto di fatti per lui allora meravigliosi e unici che più tardi avrebbe avuto modo di rivivere con emozione leggendo quanto su quella guerra era stato scritto.
La storia usciva dalle ombre degli anni e diventava viva,vera.E l’emozione profonda aveva bisogno di essere raccontata.
Prima con la parola nelle sere con gli amici , poi con lo scritto.
Natale 2006
Dopo il pranzo.
Ti viene addosso una coccola, uno stordimento, una voglia di appartarti.
Sarà l’effetto di un meraviglioso Borgogna Echevreux che mi hanno regalato assieme ad un uno Scotch dal colore scuro e dai profumi che ricordano le Highlands, le torbe e i laghetti azzurri, sarà la solita leggera malinconia che ti prende in questi eventi.
Perché un volta i miei Natali erano pieni di voci di luci di colori, di presenze care.
E oggi tante sono invece le ombre e forte è il senso della mancanza
Fatto sta che mi apparto nel mio studiolo tra i miei libri con la voglia di appisolarmi.
C’’è un sole caldo , un cielo azzurro che non fanno Natale.
C’è anche un nuovo libro di Rigoni Stern: non lo ho ancora preso in mano.Lo lascio da parte, lo voglio centellinare come un grappa stravecchia: a piccoli sorsi,sciacquando la bocca per irrorare lentamente le papille , la lingua , il palato
Ma in altri momenti, con un tempo diverso, in un’ora più lieve.
Sulla poltrona stravaccato sta per arrivare il sonno:ma… è una cosa improvvisa !
Gli occhi si spalancano come succede in certe mattina che di colpo sei sveglio ed è come se si fossero aperti gli stalli e una marea di ricordi ti sommerge.
E comincio a raccontare a me storie che diventano suoni e poi parole.
La ballata del povero Piero.
A casa mia.
Natale di quanti anni fa?Tanti, troppi.
Lo zio Piero come al solito mi aveva portato in regalo un pallone di cuoio , di quelli veri.
Lo zio Piero da giovane era stato un gran giocatore.Centromediano metodista che poi con Viani e Rocco si sarebbe chiamato libero.
Tirava di quelle sleppe su punizione che ancora oggi i vecchi se le ricordano.
“Ma te sei il figlio del Piero?”
“No è mio zio”
“Ah…..l’è vera l’è minga spusàa….ma che giugadur….che classe”
E io sfrigolavo dalla felicità.
Faceva il garzone di un fornaio e mio padre la domenica portava lui in giro il pane perché il Piero aveva la partita.
Solo mio padre però portava casa un po’ di quattrini.
IL Piero aveva in mente il folber e basta,Un altro zio il Fonzo non si sapeva cosa facesse, era il cruccio di mia nonna.La zia Maria si era sposata giovane con un geometra del Comune e stava bene ma faceva i cavoli suoi. In pubblico parlava in italiano , si vestiva bene, e diceva sempre “Mi sa che…”
Il Fonzo aveva fatto la marcia su Roma.Così diceva lui.
Era arrivato a casa con la camicia nera con scritto “Me ne frego” e il nonno, ferroviere e socialista, lo aveva cacciato.”Se lù e se ne frega me ne freghi anca mi”.
Lo zio Piero era andato poi a lavorare in una cooperativa rossa, e qui gli facevano fare quello che voleva.Era famoso e questo era importante.
Ad un certo punto si erano interessati a lui la Samp e la Juve.
Ma c’era la guerra e una mattina era arrivata la cartolina: la Russia.
A mio padre no, lui aveva fatto la guerra d’Africa sui sommergibili e nel ’40 lavorando in una azienda di produzione bellica aveva avuto l’esonero.
Beh quel Natate sarebbe stato per sempre nella mia memoria.
Faceva freddo e c’era aria di neve: io, con ancora nella strozza un pezzo di panettone, ero uscito per inaugurare il pallone.
Ma il buio era arrivato presto e con la faccia in fiamme ero rientrato.
Avevo voglia di caldo , del caldo della mia vecchia stufa a legna.Mia mamma ci aveva messo sopra delle bucce di mandarino per togliere gli odori .
La tavola sfatta, resti di briciole,uvette, bicchieri e piatti sporchi.
Un chiarore di candela accesa per la devozione del Natale, il vapore sulle finestre, le ombre sulle pareti e tanta voglia di stare vicini, di ascoltarsi.
Siamo rimasti un po’ ognuno con i propri pensieri, e i sogni.
I prati erano ormai rabbuiati , lo stanco lampione appeso al filo regalava una luce giallastra che a stento illuminava la stradine sterrate.Un cane solitario vagolava tra l’erba segnando a suo modo un improbabile territorio.Un’alzata di zampa di qua una di là: solo e triste.
Ed ecco un improvviso luccichio , là, sotto il lampione.
Batuffoli bianchi lenti e lievi quasi di soppiatto hanno cominciato e scendere.
“La neve” ho gridato.
Lo zio Piero si è scosso dal torpore e mi ha guardato con un sorriso.
“adesso ho fatto pace con la neve…quanti ne ho lasciati là”
“Dai zio conta della Russia.”
Ne aveva sempre parlato poco.Dovevi tirargli fuori le parole col forcipe quando si parlava di guerra..Ma io avevo registrato tutto quello che negli anni aveva qua e là smozzicato.
“si che ti conto”
E’ cominciata la storia ed io mi sono incamminato sulla “strada del Davai”
La tradotta
Raggruppamento al distretto militare della divisione “Cosseria”: lì era stato destinato il Piero.
Fanteria, sezione mitraglieri, caporalmaggiore.Non ricordo la sede del distaccamento , forse Milano.
“uh perché Pierin minga tra gli artiglieri….con quelle bombe che tiravi coi piedi”gli fa un commilitone , l’Ambrogio di Moggio.Un marcantonio amico del Piero e giù una risata e grandi pacche.
C’era agitazione e una gran cagnara.Tra i più giovani però.Quelli che la notte avevano percorso le valli dando fondo alle riserve di vino e grappa e avevano straviziato fino al canto del gallo.
Ma non era come la festa dei coscritti.
I più anziani nascondevano sotto i sorrisi la paura.La Russia era la Russia.
Manco si sapeva dove fosse, in Asia?
“Niente paura “ qualcuno diceva”tanto i tedeschi sono già avanti, noi si va si guarda e si torna”.
Ma pochi ci credevano e guardavano con astio i giovani fascisti che ululavano canzoni e slogan”Strapperemo le palle al baffone e i peli del culo ad uno ad uno”.
Il Piero si era trovato con diversi conoscenti e amici: molti li conosceva per il calcio.
Prima ancora che il treno partisse i fiaschi avevano già fatto diversi giri e il vino aveva tirato su il morale,
Partenza con banda e cori e sventolii di bandiere e fazzoletti e i soldati pressati ai finestrini.
I più scatenati erano i ragazzini che correvano sulla banchina lungo il serpentone del treno festosi come ad una scampagnata.
C’era chi salutava col braccio alzato.Ma erano pochi.
Però in genere gli uomini erano abbastanza su di giri.Qualcuno magari con un po’ di invidia per tanta bella gioventù.
Le donne no.
Le donne lo sapevano, le madri soprattutto
E guardavano lontano verso est , verso le pianure sconosciute e misteriose dove la “mejo zoventù” era diretta, con lo stomaco artigliato dall’angoscia e gli occhi arrossati per lacrime versate quasi di nascosto dai figli, dai mariti, dai fidanzati.
Mia nonna era di famiglia contadina nata in mezzo alle risaie della Lomellina dove la vita e la morte sono come le stagioni: si accettano e basta. E il pianto e l’angoscia sono cose private, da sfogare la sera al buio sul letto con gli occhi fissi all’immagine della Madonna incoronata da un rametto secco di ulivo..
Era andata a salutarlo alla piccola stazione del paese e c’era la banda pure lì e il podestà.
Ma c’erano anche tanti invalidi della Grande Guerra: senza volerlo erano un sinistro presagio.
La gente non li guardava,per non pensare; come se il Cecchin che da una vita chiedeva la carità le gambe se le fosse mangiate lui.
E non fosse stata una porca di granata che gliele aveva spappolate fin quasi all’inguine: gli avevano legato una tavoletta di legno come un piedistallo, e lui si muoveva a forza di braccia appoggiandosi a due manopole di legno coperte da un pezzo di copertone di auto.
O il grande invalido Cav Comm non mi ricordo il nome fosse diventato cieco guardano il sole.
Ma almeno lui non aveva da chiedere la carità: era uno che stava bene di famiglia.
E i ragazzi non lo prendevano in giro come con il Cecchin.
Stava lì ritta la nonna Angiolina col suo uomo che le arrivava alle spalle.Dura, nera,magra con lo sguardo spiritato.
La mano alzata a salutare il figlio Piero che andava alla guerra e poi chiusa a pugno verso il cielo a stramaledire la guerra e chi l’aveva voluta.
Il giorno dopo però dopo sarebbe salita al santuario di San Girolamo, avrebbe fatto in ginocchio la scala santa recitando il rosario per quei ragazzi e avrebbe acceso un cero al Santo: che gli facesse la grazia in nome di Dio della Beata vergine e di tutti i santi.
Anche se era una allergica al fumo di candela e ai preti in generale.
La tradotta, lunghissima, rallentava alle varie stazioncine dove crocchi di gente si accalcavano su striminziti e sbrecciati marciapiedi, col rischio di finire arrotati per dare il loro saluto.
Bergamo la prima tappa.Lì è salito il Pesenti.
Il Piero l’ha visto subito : avevano fatto la leva assieme e si erano tenuti in contatto.
Il Pesenti: un traccagnotto dalla gran forza, bergamasco doc, la faccia paonazza e il sorriso largo, buono.Un pezzo di pane,giocava terzino in una squadra orobica..
Al Piero si è aperto il cuore : un amico….da farsi venire il magone.
Un fischio, una nuvola di fumo e l’odore del carbone ha coperto per un attimo quello del sudore, dei panni sporchi,del vino, delle latrine: la tradotta sbuffando portava al loro destino una torma vociante e inconsapevole.
La sera il treno s’è fermato.Dove?Nessuno lo sapeva.Non si può scendere neanche a fare acqua.
E allora zaini, fagotti avvolti in carta da giornale o da macellaio diventano protagonisti.
Sturati pestoni e fiaschi una allegra compagnia comincia a far bisboccia.
Si allacciano amicizie.
Del Lecchese ce ne sono diversi.
L’Ambrogio di Moggio, il Gatti di Mandello, il Colombino di Malgrate, un Gianola di Premana….
E poi altri : il Pesenti appunto e il Tore , un siciliano finito lì chissà come…e ancora, mah i nomi si si perdono , il Piero ricorda ombre che si fanno sempre più indefinite.
E’ bella la compagnia: il Piero ha sonnecchiato tutto il pomeriggio sognando gerle di pane e calci di punizione.
La guerra !!Lui che manco a caccia andava e manco una mosca avrebbe accoppato.
Minuti sospesi nel vuoto, un calore che avrebbe ricordato.Anche quando ormai anziano nel lettino di un ospedale di provincia la setticemia lo stava consumando.
La guerra sì., la Russia,,,,,ma adesso era lì a a ridere a contar vaccate.
Poi il treno è ripartito ma un buio pesto non lasciava più veder nulla.Anche le rade stazioni sembravano navi alla deriva in un mare nero.
L’oscuramento, una cosa da brivido; anche mia madre me lo ripeteva sempre.
Ti tappavi in casa e solo il cerchione rovente della stufa dava una luce rossa e fioca che infiammava i volti, neanche ti fosse venuta la terzana.
Si stava tutti raccolti attorno alla stufa per assorbire l’ultimo calore.
Le spalle al buio della stanza , la schiena gelata.
Lo zio Piero raccontava con voce lenta: sulla stufa le bucce di mandarino si erano raggrinzite e l’odore pizzicava le narici.
Col rampino avevo alzato un cerchione , si erano aperti gli inferi, e fatto scivolare le bucce che si sono impizzate con uno sfrigolio odoroso.
Sul tavolo la mamma aveva portato della patate lesse , un po’ di testina di vitello e anche zampe di gallina lesse che ho sempre odiato..”Ti farebbe bene un po’ di Russia a te”.
Vai Piero, vai avanti.
Oltre il Confine
“Abbiamo passato il confine “qualcuno ha gridato nel tanfo e nell’aria densa dei vagone.
Ed è stato un colpo, chissà come sarà… di là.
L’Alba livida toglie ogni illusione.
Deserto, chilometri senza vedere altro che prati incolti ,coperti di una brina sporca; qualche rada costruzione, bigia, nera.
Neanche un cane a latrare contro il serpentone del treno.
I soldati stanno attaccati ai finestrini,curiosi.Hanno i brividi ma non è solo freddo.
“Dove andiamo?”
Rade stazioni con nomi ostrogoti si susseguono, ad una quasi si fermano
Guardano sgomenti:una triste umanità si aggira nei pressi dei binari . Non saluta, non guarda: un altro mondo.La testa bassa , colpevole.
Ci sono pure sentinelle imbaccuccate in lunghi pastrani , indifferenti.
M c’è un elmetto che luccica : un pezzo di ferro nero e lucente simbolo di una paura quasi ancestrale come le croci uncinate
L’elmetto tedesco.
“Olà ghen chi i tugnett” dice l’Ambrogio
E lo zio Piero è lì che vede cose che non si aspetta.E così gli altri.
Ci sono donne e ragazzi e vecchi che lavorano nei pressi dei binari.Hanno un stella gialla su cappotti e maglie sdrucite : devono stare piegati e lavorare.
“Chi en”?
“Ebrei” risponde el tenent, “State dentro , fate niente”
Ma come fai.
IL Piero butta un pezzo di pane, quando il treno rallenta.
Una ragazzina tenta di afferrarlo.
Pare una mitraglia l’urlo del tedesco che imbraccia il fucile.
Ma chi cazzo l’ha inventata quella lingua lì?
IL pane è tra il binario e la banchina.
La bimba lo guarda , ma il tedesco ha il fucile imbracciato
I soldati urlano al tedesco: bestia, truiun bastard, me te mazzi.
IL crucco fa un gestaccio minacciando.
L’Ambrogio imbraccia pure lui il suo fucile ma il tenente con un balzo lo ferma”Scemo dell’ostia stà fermo”
“Cristo ma l’ha vedùu”?
“Sì sono ebrei e coi tedeschi c’è niente che si può fare, e te Piero la prossima volta vai agli arresti”
Al Piero si incrina la voce quando racconta.
Non ha mai dimenticato quella ragazzina che sulla banchina guarda il treno che si allontana.
Col tedesco dietro e il pezzo di pane per terra.
Lo zio Piero giura che con la manina , di nascosto la ragazzina lo ha salutato.
Che fine avrà fatto?
La cosa ha scosso tutti.
Sti bastardi di tedeschi, lo diceva mio padre…..gli si sono marciti i polmoni per i loro gas.”
“Calma gente che quelli sono alleati….”
“Alleati un’ostia,,,”
A me era sembrata una cosa dell’altro mondo.Lo zio forse esagerava.
Avrei capito più tardi.
Il Don
“Oh gente comincia l’avventura” fa il tenente.
La curiosità vince sulla paura, tutti hanno la smania di vedere di capire.
Sai che roba un giorno raccontare che si è stati in Russia,l’invidia al paese , gli occhi lucidi delle ragazze che ti pendono dalle labbra, te che racconti, gli sguardi ammirati.
C’è la guerra ma sembra che per un po’ tocchi ad altri.
Ci si aspetta di vedere spighe dorate e macchie di girasoli, contadini che salutano.Ma siamo in novembre avanzato e la natura stessa si adagia sulla tragedia e non concede nulla.
Rare sono le stazioni , lontano si intravedono macchie più chiare di paesini sperduti.L’unico movimento è quello dei carriaggi militari , delle moto, dei cavalli, sulle strade sterrate che spesso costeggiano la ferrovia.
I pali del telegrafo dicono che non è finita, che devi ancora andare in là: loro ti segnano la strada.
Non finiscono mai.
Intanto le tracce della guerra si fanno sempre più marcate: sembra che i contadini abbiano dato fuoco alle stoppie, ma poi vedi i buchi neri delle bombe, le ferite delle trincee, le isbe annerite e distrutte, resti di carri armati, di ferraglia e cavalli e muli sventrati(i resti delle nostre truppe ….motorizzate).Uccellacci rombanti solcano i cieli:c’è un po’ di invidia per quelli lassù che dopo la missione tornano alla base.
C’è in corso un attacco di Stukas su una postazione lontana.Le picchiate degli Stukas sono tremende:Sull’aereo è montata una sirena che quando va in picchiata gira follemente e stordisce, spaventa, toglie anche la voglia di scappare.
“Gente….ghe sem, siamo vicini, su con la vita neh?”
E infatti.
Uno stridore di freni,un nome in cirillico e poi in tedesco: Novaia Kalina.
Arrivati!
Sono sulla grande ansa del Don che piega verso il Volga.
Il Don: un nome dolce, un po’ misterioso,quasi tocco di campana.
Lì i soldati che li hanno preceduti hanno lavorato bene.Memori della grande guerra(per lo più ufficiali) hanno costruito oltre ai trinceramenti, una serie di ricoveri sottoterra.Scavando o utilizzando la particolare morfologia del terreno.
Un terreno lacerato, spezzato dalle cosiddette “balche” , fenditure naturali che saranno un riparo prezioso per i soldati.
Sono opere semplici ma efficaci:oggi ancora chi va sul Don le può rivedere tali e quali.
Altro che i teli tenda.
Sì perché fa freddo un freddo come spesso nessuno ha mai patito.Ci sono dei cieli di un cupo blù, un blu meraviglioso e centinaia di stelle , mai viste così tante.
Ma il termometro scende, dio se scende.
Il Piero dice che non ce lo possiamo neppure immaginare: uno lo prova una volta e non se lo scorda più.
Con quell’equipaggiamento poi.
Il 1942 è stato l’anno peggiore come nella grande guerra il ’16, dove ne erano morti più per i freddo, la fame, le malattie, e le slavine che per le pallottole o le granate.
I più vecchi se lo ricordano.
Il rifugio non è male,scavato nella terra ma con le pareti e il soffitto rivestiti di assi e pali.e tele cerate.La prima sera si sono buttati in branda così com’erano.
Il Piero ricorda il calore della coperta militare e della stufetta.E’ un ricordo chiaro di un momento che la stanchezza e la tensione aveva reso quasi piacevole.Soprattutto dopo l’ultimo giro di un fiasco e un pezzo di salame.
Io mi ero eccitato e chiedevo del rifugio, mi intrigava sapere.Il lume a petrolio,le brande, le armi appese ai chiodi, il tepore mentre fuori il tempo gela anche il vapore del fiato e tu stai al riparo, protetto.
Ma il Piero si era fermato, guardava la finestra: la neve cadeva e forse avrebbe voluto fermarsi.
Lui aveva in mente un’altra neve sotto altre latitudini in un tempo fissato per sempre e che pare impossibile sia accaduto.
Passano ombre nei sui occhi chiari e umidi
La vita da trincea non è cosa facile da raccontare.
Non solo per la guerra.,dove è lui la situazione sembra relativamente tranquilla.
Il fronte, al centro dello schieramento è in stallo. Ci sono attacchi al nord e al sud. Qualcuno parla di Stalingrado ma nessuno sa niente di preciso.
Hanno montato le mitragliatrici leggere e poi “ la pesante”.”Questa fora anche le corazze dei carri armati” ha detto il tenente.
Il Piero ha un sorriso e scuote la testa.
Le giornate si susseguono uguali con i problemi che più che alla guerra sono legati al rancio sempre più scarso , alle noiose corvèe.Un pasto caldo è sempre più raro.E i piedi con gli scarponcini dalla suola di cartone pressato che lasciano passare acqua e tanto gelo, sono viola o più spesso hanno delle chiazze nerastre.
“Oh mi raccomando mica metterli al caldo… strofinare con la neve “raccomanda un vecchio Sergente.
Giornate chiare, limpide , fredde dove è un dramma anche trovare un luogo che faccia da cesso.
Il cesso ufficiale è un buca con quattro pali e qualche asse , nascosto da frasche per via dei cecchini. Perennemente intasato
“Sparano bene quegli ostia di rossi”
Morire per un colpo con le braghe calate mica è una cosa bella.
Serpeggia una pura sottile che col tempo si fa sempre più evidente.
C’è incertezza,sbandamento.
Aumenta il numero dei prigionieri: è indice di un attacco?
E i tendoni di sanità si riempiono non sono più sufficienti.Passano barelle con soldati come fagotti sporchi, insanguinati.Manichini inanimati con pose assurde: vengono dalle linee più avanzate.
Che non sono poi così tanto distanti.
Gli occhi dei soldati guardano queste processioni e volgono gli occhi: non toccherà anche a me?
L’odore della morte supera spesso quello della cordite e delle deiezioni.Ci sono momenti , a seconda del vento,che l’aria è immonda e irrespirabile.
Dio mio, dove siamo?
IL Piero ricorda quasi con piacere la sera quando rientrava nel rifugio.Era come staccarsi dalla guerra, ricucire degli affetti riscoprire delle sensazioni , col pensiero che va alla casa,al campo di calcio, al profumo del pane sfornato alle sfacchinate in bici su e giù per le viuzze del paese.
C’è chi scrive, chi leggiucchia un libro, chi gioca a carte, chi semplicemente sta in branda le mani dietro la testa e gli occhi fissi su un nodo del legno o un punto che va chissà dove.
E si parla, si fa amicizia.
(continua)
mercoledì, febbraio 07, 2007
Sono partito così.
Con tanti colori e tanti sogni.
Ho percorso sentieri.
Più o meno facili.
Ho badato anche alle piccole cose.
Come i fiori di fragola in inverno.
Ho lasciato anche tante cose.
Ho trovato porte chiuse.
Ma non abbandonate.
Non sempre però sono riuscito ad entrare.
Cosa è rimasto?
Forse un campo di battaglia.
Dove invano cerco un colore.
Che sappia distinguersi.
Che dica : tu qui hai lasciato qualcosa.
Qualcuno lo capirà.
Si fermerà per un attimo.
Non so.
Lassù è la meta?
Penso di no.
C'è pace però.
E i cipressi ondeggiano al vento.
Forse.....
giovedì, novembre 23, 2006
Tentativo di fuga dal tramonto.
Cercando
colori d'autunno
caldi
in una domenica bigia
su un lago ostile
Aspettavo
altri colori e altri profumi.
Ci sono stati
solo attimi
di sole
che non mi hanno
riscaldato.
giovedì, novembre 16, 2006
Storie di ringhiera-Uno
L’assassino.
E’ stata una mattina nelle vacanze d’estate.
Una mattina bigia, afosa, con un sole che solo potevi indovinare dalla luce sù verso il Resegone
Quasi ci avesse pure lui l’asma.
Il Berto è uscito più tardi del solito, ma si sa lavorarava in ferrovia e faceva i turni.
Orari strampalati per me, a differenza di mio padre che alle cinque e mezza era già in piedi
Io stavo sui gradini di casa aspettando il Lilo e altri amici. per andare sul S.Martino.
Pedule e borraccia e un panino con dentro una cotoletta impanata la sera prima: mia mamma non voleva darmi il salame e a me scocciava perché ero l’unico a mangiar carne nel panino.
Roba da farsi prendere per il culo.
Il Gigetto si portava il gorgonzola.Nello zaino col caldo si sdilenguava tutto e vederlo mangiare il panino faceva schifo.Gli restavano delle gocce sul barbello e lui se le puliva col dorso dalla mano.
Il Lilo aveva sempre un salamino, persino di cinghiale lo spellava di colpo come scorticare un coniglio e lo mangiava senza affettarlo un tocco salame un tocco di pane.
Ci si divertiva su quei sassi brulli pieni di bisce e vipere e ramarri.
Qualcuno aveva poetato di “una vita di cielo di vento di sole di foglie e di nulla”….Ma perché di nulla? Avevamo tutto.
Più tardi avrei capito.Più tardi.
Una volta il Lilo ha visto una ramarro che pareva un’iguana,giuro, ha lanciato il coltello e l’ha preso in pieno.
Uno schifo, e poi povera bestia.
A me ste cose non piacevano, ho sempre odiato queste violenze. Ma tra ragazzi non dovevi farlo capire sennò eri finito.Ti chiamavano femmina e tu ci restavi come uno scemo.
Il Berto a me non era antipatico.Si era sposato e aveva una bambina ma era stato via poco tempo e era ritornato a vivere con i genitori.
Non sapevo perché, né allora a ste cose ci pensavo.
A mia mamma no, non piaceva.: diceva che era un suturno.Uno che dava poco confidenza, che quando parlava teneva gli occhi bassi.Sempre sfuggenti.
Ma mia mamma erano pochi quelli che le andavano a genio
A volte il Berto passava e ti dava un ruzzone senza manco salutarti,altre volte si fermava a guardarti e ti slungava degli asabesi, li teneva nella mano sudaticcia:lo Sprituale non li mangiava , anch’io avevo un po’ schifo ma non volevo ci restasse male.
Un giorno poi mi aveva riparato il baracchino a ruote a sfera.Non so cosa gli aveva fatto ma scivolava giù dalle discese da dio.
Aveva anche un fratello preteil Berto.Uno che contava mica un curatello da parrocchia.
Non gli somigliava , biondo , un po’ stempiato , con gli occhiali senza montatura.
Un tipo fine che metteva soggezione.
Arrivava di tanto in tanto dalla Curia a trovare i suoi vecchi.
Si diceva che stava facendo carriera e presto sarebbe partito per la missione e la cosa mi intrigava da matto.
Mi metteva la mano sulla testa “Fai giudizio?Sei sempre bravo?”mi diceva.
E via su per le scale senza aspettare la riposta.
La vesta nera aveva come uno svolazzo e muoveva l’aria: mi pareva sempre di sentire un che di incenso e di muffa.Sì un po’ l’odore delle chiesette del mio borgo.
Io da quello lì mai mi sarei confessato.
Cioè dai preti ingenerale ;io preferivo i frati:ce ne era uno vecchissimo che non mi ascoltava nemmeno e dava l’assoluzione trepateravegloria.
Non ti faceva lo solite domande ,tipo: ti sei toccato? E quante volte? E eri solo?
Ce ne era anche un altro simpatico , sapeva tante cose , anche della vita , ma alla fine della confessione ci voleva dare sulla bocca il bacio di Gesù
A me sta cosa non sfagiolava , mi metteva le angosce e poi aveva la barba che puzzava di tabacco da naso.
I maschi a differenza delle femmine si confessavano non attraverso la grata.Quando c’era sto’ frate scantonavamo per non rischiare il bacio
Pensare che il Don era il fratello del Berto…ce ne voleva tanto questo era scuro,piccoletto, gnucco e senza storia.
E poi i suoi vecchi: lei piccola tonda con la dentiera ballerina che quando parlava perdeva bauscia e il il padre invece un marcantonio grasso e rosso perennemente in canottiera e pantaloni col la patta in tensione per la gran panza e tenuti su a fatica da due bretelloni.
Era anche un po’ porcone e gli piaceva zinzare le donne.”
“L’è minga catif ma l’è un schifuss”Diceva mia mamma.
Ben , qual giorno son tonato a sera dal San Martino e il rione era in subbuglio.
Crocchi di uomini in strada e donne alle finestre , tra mutande e canottiere stese che si davano la voce .
Uno strapazzamento generale , tutti volevano dire la loro.Il più scalmanato era l’Angelone che sapeva sempre tutto quando si trattava di troiate divario genere.
Noi non ci volevano perché erano cose da grandi e allora eravamo andato in cantina.
C’era una finestra lunga e bassa a livello della strada: lì si sentiva e vedeva tutto.
Qualche volta ci si andava per sbirciare le gambe delle donne ma solo fino al polpaccio era possibile arrivare o poco più su .Ma bastava alla fantasia.
C’era stato temporale da qualche parte e tirava un’arietta fresca.Non c’era luce e le sigarette sembravano tante lucciole.Quando uno tirava la faccia gli si illuminava per un attimo.
Cavolo come godevano del fattaccio.
C’era stato infatti un omicidio quella mattina
Giù al centro in una casa sulla piazza , una donna massacrata.
Lo aveva detto il Carletto, il lattaio che passava tutti i giorni col furgone a bicicletta.Arrancava sulle saltite piegandosi per lo sforzo sul manubrio.
A volte gli davamo una mano a spingere il trabiccolo in cambio di un pinguino fiordilatte e cioccolato di tanto in tanto.
“Oh Carletto varda ch te ve’ un infarto”(….guarda che ti viene un infarto)
“Sciopa! Me ho fa la Rusia sol Don…..so fort”
Prima di lui c’era il vecchio Battimazza aveva un carro grosso tirato da due muli.Dovevi uscire col pentolino e lui prendeva il mestolo e con un gesto lento, misurato, lo intingeva nella tanica e te lo versava spumoso e profumato…..attento a non strasà la guta de lacc.(sprecare una goccia di latte)
IL Carletto no, aveva quelle belle bottiglie di vetro grosso chiuse da un tappo di stagnola.Se ne volevi solo mezzo lui col pollice a spatola schiacciava la stagnola e con l’unghia la faceva saltare.
Capivi che era un gesto che gli piaceva: anch’io a casa quando si prendeva il litro godevo a schiacciate la stagnola.Eh son cose che fanno ridere oggi.
Era una betonega ilCarletto sapeva tutto di tutti.Buono come il pane però.
Quanta gente disperata ha bevuto gratis et amore dei il suo latte.
Insomma l’uccisa era una “chiacchierata”.Una” pel de tambor” secondo le donne.(pelle di tamburo) una poco di buono.
Si diceva facesse il contrabbando e che l’assassino fosse uno appunto dei suoi clienti.
Il Gesuino , questurino , amico di mio padre aveva visto la scena., e aveva raccontato.
Io avevo ascoltato nascosto dietro la porta quando la raccontava.: ropp dell’alter mund.(robe dell’altro mondo)
I vicini avevano sentito delle urla verso le 10 del mattino e poi visto uno scappare.
Sono corsi su in casa.
La tizia stava lì seminuda( a me quel “ seminuda” mi turbava) in un lago di sangue la testa fracassata, il naso non c’era più, sulle pareti grumi di cervello. Doveva anche aver vomitato, c’era un spuzza !!
Per il Gesuino quella lì lo conosceva l’assassino.
Si era anche difesa: erano rimasti nella mano dei capelli e un bottone.
Ommadonasignur,mia mamma non la vedevo ma certamente si segnava a ripetizione.
Sentito il tutto non vedevo l’ora di raccontare alla piccola congrega che dopo cena si radunava sul muretto che “cingeva il grande prato verde.”
E raccontavo eh cavolo se raccontavo.Vedere le ragazze guardami con gli occhioni spaventati che mi bevevano mi dava un languorino….
“Seminuda”ripetevo “e il cervello spappolato sulle pareti”
“Cioè seminuda “uno diceva” seminuda ma come’?
“senza reggipetto?”
“o magari senza mutande”
“Va là …non avete vergogna? Ste cose di una morta”ci dicevano le donne….
Io mi vantavo di sapere tante cose perché avevo letto tanti gialli.
Edgar Wallace, Peter Cheyney, Agata Christie e via andare.
Anche gialli porcosi , di nascosto come Mikey Spillane.
Sproloquiavo su guanti di paraffina,e impronte digitali.Per farla giù dura avevo preso un foglio bianco facevo schiacciare un dito sul foglio e con un po’ di polvere di grafite ,grattata da un lapis, tac!.. facevo emergere l’impronta..
Insomma per farla breve ero diventato famoso.
Anche quelli più grandi mi chiedevano: oh ma come cazzo sai tante cose?
Finchè un giorno sotto casa comparve una camionetta dei caramba.
Io sbirciavo tra le righe delle imposte col cuore che pareva un martello.
E chi vedo se non il Berto saltare sulla camionetta.?
Anche altri avevano visto e la notizia aveva fatto giro del rione.Il Berto , o bella , ma perché?
Poi abbiamo capito: sulla “Notte” il giornale della sera a caratteri cubitali c’era scritto “Delitto di Piazza Garibaldi:interrogato un ferroviere, il Berto appunto(con tanto di nome cognome via eccc.)
Noi ci siamo sentiti subito importanti:sai che roba, sul giornale milanese la nostra via!!!. Era saltato fuori che il Berto conosceva la morta anzi intrallazzava con lei Questioni di contrabbando come si era detto:orologi, sigarette, dadi di pollo,si proprio dadi di pollo che si compravano in’ Isvizzera
Pensa te con il fratello prete e con quella faccia da gata morta.
L’Angelone suo amico sentendo i nostri discorsi del muretto ci aveva fatto correre.
Sciò sciuscialat (via ciuccialatte) el Berto l’un v’un a post.(è uno a posto)
Eh certo un conto fare il contrabbandiere un conto accoppare una persona..
Il Berto poi aveva un alibi: la mattina dell’omicidio stava al lavoro in ferrovia , col turno delle sei.
Ma qui è cascato l’asino, come si suol dire.
Come sia avvenuto mica l’ho capito bene.Ma dove noi andavamo a cacciar balle sul muretto c’era poco distante una casuccia con un balcone nascosto da un glicine e da un’edera centenaria.Ci abitava un pensionato con un naso a becco, occhi spiritati, magro e carogna.Ci spiava e di tanto in tanto ci insultava perché facevamo casino.Ci odiava ecco, e da quanto gli era morto il gatto diceva che eravamo stati noi.Mica vero, ma una volta per vendetta ci aveva rovesciato addosso un secchio d’acqua.
Noi per risposta gli avevamo messo una catena col lucchetto sul cancello di quello che lui chiamava orto.Un recesso incolto, con quattro pomodori stitici, un fico, e qualche verza.
Ce l’aveva giurata e solo l’intervento del frate priore aveva evitato una denuncia
Beh una sera stramaledetta il Giacomo tira fuori che il Berto lui la mattina fatidica l’aveva visto in piazza.Il Giaco era il più grande della combriccola e non era venuto in montagna per andare in bicicletta.Gli piaceva spesso stare solo.
Io per non essere da meno avevo detto che anch’io quella mattina l’avevo visto uscire tardi di casa.
E la cosa era finita lì.
Chi se lo immaginava: tre giorni o quattro e a casa mia viene il papà del Giaco per parlare con il mio.Che cavolo voleva?
L’ho saputo subito dopo, i carabinieri volevano parlare con me e il Giaco.
Mio padre imbufalito mi guardava storto.
M’è saltato il cuore in gola.
“Cosa ho fatto”? ho detto di botto, pensando alla frutta fregata al Battimazza o alla gallina mezzo accoppata con la bici.
“ Te quella mattina avevi visto il Berto?”
Mi si è accesa la lucea e ho tirato il fiato, quel vigliacco del pensionato ha parlato..”Sì pà ma mica ho detto niente….solo che appunto avevo visto il Berto.Perché?”
Va ben, va ben……ma la prossima volta parla quan che pisa i och.(…quando pisciano le oche)
La mattina dopo io, mio padre,il Giaco e suo padre eravamo in caserma.
Mio padre si è messo il vestito della festa, o della cassa come lui diceva.
Il Giaco era terreo, suo padre, cianfrugliava delle litanie che manco si capivano, mio padre la scocciato: chi mi paga sta giornata ostia?
Io stavo schiscio schiscio,come un condannato.
Sotto sotto però mi intrigava andare dai caramba.
La caserma:vecchia, triste, ex casa del fascio, intonaci rigonfi e macchie di umido.
Un odore di muffa di cuoio e di lucido da scarpe.
Il maresciallo ci riceve a turni,prima il Giaco e il suo vecchio.
Escono dopo venti minuti , lui il Giaco a crapa bassa, il padre con lo sguardo allucinato.
Se ne vanno senza quasi salutare.
“come è andata?”
“Nient, nient” e via.
Si sapeva: il padre di Giacono a volte gli mancava qualche venerdì Lavorava nelle celle frigorifere e dicevano che il freddo gli aveva bruciato il cervelletto.Ma non credo:per me era sempre stato strambo.
Il maresciallo poteva essere il fratello di Aldo Fabrizi con lo sguardo meno porcino ,ma più sonnacchioso e un po’ scazzato.
Per me aveva anche problemi di digestione , sudava , si passava un fazzolettaccio attorno al collo sudato e sulla fronte.
Di fianco alla scrivania zeppa di faldoni e di carte puntate con gli spilli c’era seduto a un tavolino con una vecchia macchina da scrivere un appuntato giovane: era di spalle e manco s’è voltato.
Il maresciallo mi sbircia e mi fa “Guagliò…..allora a che ora vedesti il Berto?”
Io gli balbetto qualcosa.
“Vabbè vai , vabbè vai…appuntà scrivi …..il sunnominato Berto…… venne notato dal giovane….mentre usciva di casa alle nove antimeridiane”Ecc .ecc
“Anti….cosa? tutto attaccato marescià?”
“taccato, taccato…”
Ha dettato una serie di cose che più non ricordo.
Poi con un gesto che mi è sempre piaciuto nei film l’appuntà ha tolto di colpo dalla macchina con uno sfrigolio di ingranaggi, il foglio e lo ha dato al maresciallo, “Ce metta una firma” ha detto a mio padre…..e schiaccia il ditone sul foglio:
“Ce se vedde…..” e ci fa segno porta.
Beh mica è stata una bella giornata.L’eccitazione m’era passata e avevo una scagia addosso.Che voleva dire il tutto? E il Berto?
La notte mi ero rivoltato nel letto svegliandomi di continuo.Incubi a non finire.
C’era il maresciallo che mi guardava ghignando e gli mancavano i denti.E poi il ticchettio della macchina da scrivere che diventava sempre più forte e l’appuntà che mi correva dietro col verbale e io che tentavo di scappare correvo ma stavo fermo
Il Giaco per un po’ non si è visto sul murettoMa anch’io stavo in campana non avevo voglia di contarla, avevo come non dico un rimorso ma un qualcosa che mi rodeva dentro.
Finchè una mattina sul presto sono venuti a prenderlo, il Berto.
Io l’ho visto con le manette.Mi ha lanciato uno sguardo tranquillo come a dire “tutto a posto”
Gli ho fatto un cenno.
“Berto” avrei voluto dire ma non ho spiccicato parola.
“Confessione completa “ titolava il giorno dopo la Notte
“Caduto l’alibi e messo di fronte a precisi riscontri l’assassino si è lasciato andare ad un pianto liberatorio”
Liberatorio? Boh.
Il Berto era andato da quella tizia per il contrabbando.
Lei si era presentata seminuda, diceva proprio così il giornale,e gli aveva rinfacciato questioni di soldi.Gli aveva detto di andarsene che era un fallito , un brocco.Il Berto aveva visto aperta la cassaforte a muro e non ci aveva visto più, aveva tentato di scansarla per prendere i soldi. ma lei si era messa ad urlare.
Forse pensava che voleva toccarla, era o no seminuda?, o forse pensava anche lei solo ai soldi.
Urlava, urlava e lui allora dalla tasca aveva prese una calza con dentro dei bulloni da ferrovia.
Una mazza ferrata.Un colpo, poi due poi tre, ma lei urlava sempre, il sangue che zampillava come da una fontana, e poi il colpo finale.Il Berto aveva preso una manciata di soldi neanche tutti ed era fuggito a rotoloni giù dalle scale .Non voleva uccidere , ma lei urlava, urlava.
Così scriveva il giornale
Quasi faceva compassione , magari un raptus che ne sai?
Ma allora perché era andato là con la calza e i bulloni?
Era andato armato ecchecavolo., aveva già in mente di fare una troiata.O no?
Aveva spiegato che lui era andato solo a reclamare dei soldi e si era armato perché sapeva che lei aveva un amico.
Si sa mai.
Ma poi la cosa era degenerata.
Le madri dicevano che se non fosse stata seminuda non sarebbe successo nulla.
Il Berto non avrebbe sragionato.
“la paia visin al foc la brusa” (la paglia vicino al fuoco brucia).
Le ragazze però no: sta a vedere che adesso la poveretta è colpa sua se il Berto l’aveva ammazzata.
Noi stavamo zitti.
Per fortuna che il Gesuino aveva detto che avevano raccolto già tanti indizi ed era comunque incastrato.Non era stato quindi questione di alibi o meno.
Ho tirato un sospiro di sollievo.
Non so il Giaco, non ne abbiamo più parlato le rare volte che ci siamo visti
E oggi che tanti anni sono passati non lo si vede più , vive solo con la mamma inferma.
Esce presto la mattina compre il “Corriere della sera” e lo legge dalla prima riga fino agli annunci economci.
La domenica fa delle sfacchinate in bicicletta: parte alle 5 o sei del mattino torna per mezzogiorno.
E’ andato in pensione presto, forse è vero che aveva una tara ereditaria, suo padre fra l’altro è morto in una clinica di quelle.
Forse…..
Ma la sua è anche un’altra storia.
Il Berto si è beccato 16 anni.
“Omicidio volontario”titolava la Notte.”Scampato l’ergastolo”.
S’era ormai d’inverno e la gente della cosa ne parlava nei bar tra un tressette e l’altro, un calice di rosso una partita a stecca.
Crocchi per strada non se ne vedevano: allora gli inverni erano freddi e ci si rintanava presto.
Solo la domenica dopo la messa ci era possibile raccogliere qualche balla.
Del tipo: piangeva come un bambino il Berto , no come un maiale, era intontito, chiedeva a tutti perdono.
L’ hanno portato a san Vittore,chissà la moglie e la figlia, e el so pà e la sua mama, e il fratello prete:visto in tribunale?pareva che non fosse neanche suo parente stretto……ma no che non è vero è uno che le cose le teneva dentro, si sa un prete……
Al il frate superiore dal pulpito aveva detto non giudicate , perdonate, preghiamo per lui e per lei……Dio vede e provvede.
Provvede a che cosa?.
Di nascosto e per molto tempo quando andavo al cimitero passavo dalla tomba di quella donna.
C’era una foto che sorrideva.
Io pensavo a cosa c’era sotto, dico, nella tomba.
La testa sfondata, oh ma prima di metterla nella cassa l’anno sistemata, diceva lo Sprituale,che era il gran signore dei cimiteri.
Diceva di essere stato alla “bruna” l’obitorio del cimitero e di averla vista prima che un becchino gli tirasse una cazzuola per scacciarlo.
“Dì’ com’era”?
La vita nel rione è ripresa: La mamma del Berto dopo un momento di sbandamento aveva cominciato a parlare a parlare a straparlare, di botto poi si fermava e cominciava a piangere.
Il padre girava con occhi feroci e guardava in faccia la genne come dire”beh che cazzo vuoi da me?si sono il padre del Berto”
Un giorno saliva ansimando dalla cantina con un pestone di vino, io scendevo e mi sono fermato col cuore in gola lui mi ha guardato, si è addolcito e mi ha messo una mano sui capelli.
Una carezza,si una carezza e un ciau…..
Ho saltato quattro gradini dalla gioia , un grumo si era sciolto e mi sono sentito leggero,da volare.
Oggi mentre finisco di scrivere guardo fuori dal finestrone dell’ufficio.
C’è nebbia e c’è finalmente un po’ di acqua.
La vite canadese regala colori bellissimi come quelli di allora sul balcone del pensionato.
Là non c’è più nulla né il muretto né il grande prato.
Visi sconosciuti abitano la mia vecchia casa.
Morti i vecchi del Berto non s’è più saputo niente né di lui né del fratello prete.
La mia storia è finita con la parole.
Restano gli echi di quel tempo dove si aveva tutto e niente e dove improvvisamente la vita era entrata prepotente tra i giochi , gli occhi delle ragazze, le corse in bici, i bagni nel fiume….
mercoledì, maggio 31, 2006
Pioggia sui tetti.
E’ stata la sera che c’era Galimberti, il filosofo.
A parlare del tramonto dell’Occidente: niente a che fare con lo Spengler ma da aver paura comunque.
E’ strano come di fronte ad un ceffo come il Gal, che in poche decine di minuti ti spazia da Aristotele a Kant, da Platone a Heidegger passando per la Bibbia e ti fa capire tutto,è strano, dico come anche tanti baciapile presenti, tanti messa continua siano rimasti lì silenziosi e attenti
Catturati .
Ci si è trovati in un gruppetto, come i quattro amici al bar..
Era da tempo che non ci si vedeva e ma il tempo se ne frega e chi un modo chi in un altro il segno ce lo ha lasciato.
“…dì, ti ricordi….? Dai che facciamo un giro”
Dopo la conferenza a piedi fino sul ponticello del torrentastro, el Gerenzun.
Appoggiati al parapetto lucido di anni abbiamo cercato di dato la stura ai ricordi.
Luna velata con passaggio veloce di nuvole.
Ombre che si dileguano, ombre che ritornato, e il fiume puzzoso, rancido, ferroso, con effluvi. fognari.
Acqua che scorre tra vecchie case con porte accecate e finestrelle come fiori notturni tra fichi selvatici e felci e ortiche.
Un alito caldo sale dalla roggia e attenua il brivido della sera inoltrata.,
Sprazzi di antiche battaglie con le cerbottane , saltabeccando sui sassi,e occhi di ragazze divertite a guardarci dal ponte.Risate.
“sSera strana” io dico.
“te sei sempre il solito” mi risponde uno.
“see fai volare la fantasia……è na sera come un’altra, forse viene il temporale”
“In tanto il Gianca se ne è andato., il pancreas,una troiata”
“Tre mesi e paff”
“Beh ma non si può parlare d’altro? Eccheccazzo il filosofastro vi ha strizzato gli ammennicoli?”
Boh, forse sarà che da tanto non ci si vede e e le parole sono lente. Il Galimberti poi con sta storia della tecnica che non è più un mezzo ma un fine …..eppoi che siamo tutti inquadrati da questa tecnica per cui perfino i nazisti che dicevano “me l’hanno ordinato” non fanno altro che stare al gioco, anzi, subirlo come tutti, mi fa pensare.
E sto benedetto Occidente che tramonta perché ha mandato a ramengo l’umanesimo( o umanismo) e non avrà la forza di resistere alla marea di quelli che sono ancora indietro con la cultura ma sono più freschi e genuini, mi attizza le meningi.
Io che sono sempre in bilico mi sono beccato una sferzata di glaciale ateismo.
Il sacro come antiverità come imbroglio.
Eh insomma mica roba da niente.
Nella testa ronza il “si muore come tutte le cose e non c’è nulla dopo” oppure” scenderemo nel gorgo , muti” dopo che la morte avrà avuto i nostri occhi.
E che bella la frase di Immanuel “la morale in me e sopra il cielo stellato”
De rerum natura.
Che strizza : ho voglia di andare a casa.
Ho una crisi di rigetto: uno che entra in un buco nero deve sentirsi così.
Sarà perché non ho mangiato e mi hanno costretto e bere due bianchi gelati.
Io ho la sbornia triste: quando mi gira un po’ la testa prima sto bene e conto cazzate, faccio il pirla insomma, poi vado in crisi quasi subito.
Ed ecco che penso a questo mio corpo dove non trovo l’ anima ma solo cellule e sangue e liquidi immondi.E mi sento uno zero al quoto.
Chiedo : l’animale ha coscienza di esserlo?Nel senso che sa che per lui non c’è remissione e non ha alcuna speme?
Perché comunque nessuno né Dio, né Javeh, né Allah, gli ha promesso vita aeternam?
Cavolo, qui è alta filosofia e io sono un rozzo elucubratore.
Mi ci perdo nella speculazione e mi resta solo un senso di vuoto astrale.
Momenti che passano eh? Ma quando ti arrivano sono bastardi e le cose le vedi per quelle che sono senza trasfigurazioni: ammassi di cementi e sassi, acque luride, H2O,combinazioni di sali, di acidi , molecole e chi più ne ha più ne metta.
Altro che poesia.
“Ciau ci si vede”dico brusco
“Vai già ?Fanculo”
“Già fatto ma non rende” vomito astioso.
E solo men vò per la città…tra una folla che non sa….….folla un cacchio neanche un gatto c’è in giro.
Ma spesso a me i ritornelli delle canzoni mi perseguitano: mi sfarfalleggiano per la testa per giorni.
C’è stata una volta che Guantanamera per giornate intere la cantavo o fischiettavo:Persino una volta che limonavo .
Lei:.”Ma sei scemo??? O cosa?”
Come pure Donna Lombarda , avete presente?
Io la canto bene, lenta , lamentosa,cupa…..c’as vo c’a t’ama che go el marito che lù mi vuol ben…Vuoi che ti insegna farlo morire…..vuoi che t’insegna….a farlo morire ti insegnerò mi…”
N’a roba da brividi.
Come la musica di Morricone della Conquista del west: una musica , dolce nostalgica , una musica che narra una fine , che chiude una storia.
E vi risparmio il Ludwig perché non è una sera da quinta sinfonia.
Né di toccate e fughe: magari un bel canto gregoriano come antidoto….Ubi caritas et amor….
Comunque vado à la maison ed è improvviso il sentore umido, fresco e odoroso del temporale che arriva.
Io il tempo lo sento.
Sarà per i ricordi riesumati sarà per la filosofia ma decido di non leggere.
De tempo dormo solo tra i miei libri: sulla parete, appesi e inerti, i reperti di guerra trovati nelle trincee e tra gli sfasciumi e tra le ghiaie.
Borracce, ramponi, elmetti e una bomba a spazzola , un fucile garibaldino e una sciabola sabauda..
Memorie di altri tempi, di scarpinate nel meriggiare pallido e assorto.Il sudore che bagna gli occhiali e la felicità dei grandi spazi dove osano le aquile.
Stasera ho il problema dell’al di là.: mi girano le palle arrivare a fine corsa e ……
Ci penso poco ma quando succede il cor si spaura.
No, dico, uno finire nel nulla: che cazzo di significato?Stai lì corri , inforchi , arrabatti, piangi , ridi ti ingrugni, ti fai un mazzo così, per poi .....ma và sull’ostrega!!.
Che cazzi di ragionamenti uno alla mezza si mette a fare, eh?,.
C’è come un colpo d’ali alla finestra,la porta sbatte e sul terrazzo si agitano sedie e bottiglie vuote.
L’è scià, è qua, il temporale con stralusciamenti vari.
Penso.
Invece no :scende all’improvviso una pioggia nè fine nè spessa , ma scende.
Sto lì sul letto ad ascoltarla.
Da ragazzo mi mettevo in un angolo tra la stufa a legna e la parete: mi schiacciavo in quel pertugio e ascoltavo la pioggia.
Sono amico della pioggia.
Nelle vacanze d’estate: i mie affittavano una stanza in una vecchia casa di contadini con tanto di aia.
S’era in tanti villeggianti, costava poco ma dava molto.Dio che tempi.!
Quando pioveva si andava tutti al fienile a giocare.Io però spesso mi appartava mi sdraiavo sul fieno pizzicoso e acre e guardavo le tegole mezze sconnesse e ascoltavo.Le travi erano piene di nidi di rondine.
Le ragnatele si imperlavano di gocce e sulla faccia arrivavano sbuffi umidi, come dal parrucchiere con lo spruzzaprofumo, quello con la pompetta.
C’era pure un grande solaio con una sorta di pagliericcio: ci salivo a leggere Salgari e quando arrivava il temporale appoggiavo il libro e sognavo cullato dallo sfrigolio della pioggia.Una volta sul fieno s’era in tanti mi si era accoccolata vicino la Francesca una ragazzina figlia di contadini.
Aveva un profumo di farina gialla, sì avete capito proprio della farina da polenta.
Aveva due occhioni buoni e i capelli arruffati e gialli come le pannocchie.
Ad un certo punto mi aveva messo il braccio dietro il collo.
Di sasso ci ero rimasto e mi era sceso giù un languore fino alle viscere e poi era salito su fino alla faccia .
Scommetto che ero diventato rosso come il peperone da tanto era in fiamme..
Chissà dov’è cosa avrà fatto, se avrà avuto dei figli e se qualche volta si sarà ricordata di me.
Mi vengono a volte queste nostalgie: ne scrivo ma non ne parlo perché avrei vergogna.
Ma ci sono altre piogge e altri luoghi.
La panchina solitaria sulla spiaggia normanna , la Baie ds Trépassés, con l’urlo del vento che porta le voci di antichi naufraghi e le gocce calde delle prima pioggia sulla faccia, o sulle Tofane disteso sull’erba come in croce, o sul mio lago sotto i salici sulla barca traballante, o nel bosco immobile in attesa del primo scroscio al riparo delle querce del Bosco delle streghe
Si liberano ricordi come profumi e musiche assopite e i mi riapproprio delle mie memorie.
Guardo i ramponi sulla parete e le memorie diventano di neve.
Ed è sempre un’emozione.
Il pensiero della bianca signora, la neve.
Il senso di Erasmo per la neve..
Un paesaggio con la neve che copre, con la neve che cade, con la neve che danza nel vento,con la neve di prima mattina, con la neve del mezzodì con la neve della sera.
Una candela che brucia, un lume a olio, un fuoco che muore, e brace tanta brace.
Un lampione che dondola al vento con giochi di luce.
Una stazioncina appena illuminata e lo sferragliare di un treno ormai vuoto inghiottito dal buio.
Le neve sulle strade, la neve sui colli , la neve sui monti la neve sulle case, la neve sull’erbe la neve sulle piccole croci dei cimiteri, la neve sui cancelli di ferro battuto, la neve sulle risaie….
Tempeste di neve e locande, vodka e vino caldo,generose tette di donne debordanti da pizzi e merletti,tormente e rifugi sperduti, bufere e capanne nelle radure,landò spettrali in lande desolate.
Lo scarpone che s’affonda nella neve , aghi di ghiaccio sulla faccia, la paura e all’improvviso un recesso, un ricovero di pastori.La notte trascorsa avvolto in una coperta , un fuoco di paglia e foglie un goccio di grappa.
IL vento che impazza e si infila tra i più piccoli pertugi, solleva faville.
Sono parte dei miei sogni: trovarmi solo nel gioco degli elementi e trovare un riparo,accucciolarmi in un angolo, raccolto in me stesso.
Dersu Uzala che sconfigge l’uragano sotto un letto di sterpi e foglie.
C’è qualche significato in tutto questo?
Il ritorno alla placenta?Non so ma è il mio retaggio, un luogo della memoria vissuta o pure immaginata,rubata un po’ qua un po’ là, dove rifugiarmi quando l’artiglio ti branca lo stomaco e la testa tende a svicolare.
Così è pure stavolta quando ascolto la pioggia che batte sui tetti .
E’ bastata un po’ d’acqua per darmi la pace.
Aprire i vetri e lasciare che il freddo e l’umido entri mentre io avvolto in una rustica coperta sogno burrasche e luoghi incantati.
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